
Avvocato, giornalista pubblicista e docente: tre ruoli che, a prima vista, potrebbero sembrare un eccesso di ambizione, ma che in realtà raccontano un’unica, coerente ossessione — quella di capire il mondo e restituirlo agli altri con chiarezza. In aula, in tribunale o davanti a una pagina bianca, il punto di partenza è sempre lo stesso: osservare con attenzione ciò che gli altri guardano di fretta. Considero ogni giorno un’opportunità di esplorazione: non nel senso romantico di chi parte con lo zaino in spalla, ma nel senso più sottile di chi sa che la realtà, se la guardi davvero, è piena di dettagli che sfuggono all’occhio distratto. Un aggettivo fuori posto in un contratto, una notizia raccontata con la virgola sbagliata, una domanda di uno studente che apre una crepa nel ragionamento: sono questi i momenti che mi tengono sveglio — nel buon senso. Mi affascina la bellezza del particolare. Non quella delle grandi narrazioni, sempre un po’ già scritte, ma quella minuta e spesso silenziosa di ciò che non urla per farsi notare. Forse è per questo che faccio contemporaneamente l’avvocato, il giornalista e il docente: perché ognuno di questi mestieri è, a suo modo, un allenamento alla precisione, alla curiosità e alla capacità di non dare nulla per scontato. Se dovessi riassumere in una frase? Vado a caccia di dettagli che meritano più attenzione di quanta ne ricevono. E ogni volta che ne trovo uno, mi convinco di essere nel posto giusto.