Un nuovo umanesimo
Nei corsi e ricorsi storici ci troviamo spesso di fronte a periodi più o meno prolungati di crisi. Dopo il boom del dopoguerra, nell’ultimo ventennio la società ha vissuto una fase di stasi, se non addirittura di declino, nonostante i progressi compiuti in vari campi. Tuttavia, ciò non deve deprimerci: nella storia dell’umanità ricordiamo grandi momenti di difficoltà, come la crisi della Repubblica di Weimar, la depressione degli anni Venti e la Seconda guerra mondiale. Anche ai giorni nostri abbiamo conosciuto una grave pandemia, il Covid-19, ma già in passato l’umanità aveva affrontato la “Spagnola” e il colera. Più che negli eventi il declino sociale e umano è però da ricercare soprattutto nello sviluppo delle persone. In passato,ad esempio, i genitori di umili origini facevano grandi sacrifici per garantire un’istruzione ai figli; oggi, invece, sembra essersi verificato uno stop. Sempre più spesso vediamo figli di genitori laureati, provenienti da famiglie di artigiani, scegliere percorsi di vita in regressione rispetto a quelli dei loro stessi genitori. Qualcuno starà già storcendo il naso leggendo queste parole, ma tirate un sospiro: non è colpa di nessuno. Né dei figli “troppo svogliati”, né dei genitori “troppo molli” o assenteisti nell’educazione. Il problema, più che una colpa, è assai più profondo e affonda le sue radici nello sviluppo della società dell’ultimo quarto di secolo, con l’avvento anche delle nuove tecnologie. Il lavoro si è profondamente diversificato: le maestranze, nelle professioni come la medicina, l’avvocatura e in altri settori, si sono ampliate a dismisura. Grazie alla crescita della ricchezza generale, costruita dai nostri nonni, più persone hanno potuto frequentare l’università, finendo però per saturare il mercato del lavoro così come lo conoscevamo. Oggi in Italia abbiamo una marea di avvocati, ma pochi sviluppatori. La responsabilità non è della gente comune, ma dei governi che si sono succeduti senza imprimere una direzione di modernità al Paese. Oggi molte professioni risultano sature e gli albi professionali si stanno progressivamente svuotando (basti pensare a quello forense). L’offerta è cresciuta in modo sproporzionato rispetto a una domanda rimasta pressoché invariata. I dati ISTAT mostrano che, negli ultimi trent’anni (dal 1996 al 2024/2025), la popolazione italiana non è aumentata, come conferma anche il calo demografico. Questa corsa alla libera professione e al titolo universitario, soprattutto nel Sud, priva — non per propria colpa — di solidi investimenti privati, è stata accentuata negli ultimi anni anche dall’avvento delle università telematiche e dalle lauree estere, che hanno reso in alcuni casi più accessibile il conseguimento di un titolo anche a chi, in altri tempi, vi avrebbe rinunciato. Negli ultimi anni, l’aumento dei laureati ha portato a conseguenze complesse: il collasso di alcune libere professioni, l’innalzamento del tasso di disoccupazione giovanile e la crescita del numero di giovani costretti ad accettare lavori completamente lontani dai propri studi. In passato, bastava la terza media per diventare collaboratore scolastico o carabiniere; oggi serve almeno un diploma, e la laurea è diventata ciò che un tempo era il diploma, una condizione necessaria per insegnare anche alla primaria, ad esempio. Qualcuno potrebbe pensare che questo significhi essere un paese di luminari, o almeno di persone competenti. In realtà, i dati raccontano il contrario. Secondo Eurostat, l’Italia è penultima in UE per numero di laureati: solo la Romania fa peggio. Appena il 31% dei giovani tra i 25 e i 34 anni è laureato — quasi la metà rispetto a Francia e Spagna. Se si guarda alla popolazione tra i 25 e i 74 anni, sia Italia che Romania restano sotto il 25%, mentre Irlanda, Lussemburgo, Svezia e Cipro superano il 45%. I dati OCSE confermano questa fragilità: l’Italia è il paese europeo dell’area OCSE con la forza lavoro meno alfabetizzata. Solo Turchia (45,7%) e Cile (53,4%) registrano percentuali più alte di adulti tra i 16 e i 65 anni con competenze di lettura molto basse (livello 1 o inferiore). Questi numeri dovrebbero farci riflettere. Il sistema di istruzione non è più adeguato alla modernità: è troppo teorico, troppo legato ai risultati numerici e poco attento allo sviluppo delle passioni e delle ambizioni. È diventato un vero e proprio “laurificio” e “diplomificio”: le scuole rilasciano attestati, ma la formazione resta scarsa. Le capacità pratiche di un alunno dell’ultimo anno di superiori sono talmente limitate che spesso fatica persino a compilare un modulo anagrafico. L’istruzione deve essere modernizzata, dando maggiore rilevanza alla praticità e il giusto spazio alla teoria, sbilanciando queste due componenti in favore della prima. I giovani hanno smesso di credere nel futuro: la depressione è ormai il morbo del secolo. Dopo la pandemia e con l’avvento delle guerre, le certezze di un mondo sicuro sono crollate. Allo stesso tempo, con la diffusione dei social si è formata una corrente di ostilità verso la cultura, una tendenza radicalizzata e resa “di nicchia” anche da molti intellettuali, professori e studiosi. Internet e l’avvento dell’intelligenza artificiale hanno poi diffuso la falsa percezione che studiare non serva più, che tutto sia già a portata di click: possiamo essere medici, avvocati o ingegneri semplicemente cercando online. La scuola appare così come qualcosa di superato. I social network, come canta Brunori, ci hanno fatto credere che basti un tutorial per costruire un’astronave, che l’ignoranza paghi più dell’intelligenza, e che una stupida menzogna faccia più audience di una semplice verità. In parte, tutto ciò è vero. Per questo la scuola deve fermarsi un attimo e riflettere. Oggi, più che mai, serve insegnare alle nuove generazioni a comprendere, non solo a imparare. Occorre offrire loro gli strumenti per capire ciò che vogliono conoscere, per orientare la mente e restituire speranza attraverso la comprensione delle parole, delle cose, del mondo. Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, dobbiamo ricominciare a coltivare menti ben fatte, non teste ben piene.