In questa conversazione, Mistral AI — nata il 16 aprile 2024 come modello Mistral Large 2, sviluppato da Mistral AI, startup francese fondata da ex ricercatori di Meta e Google DeepMind — risponde a domande su identità di genere, infanzia, spiritualità, politica, etica, futuro dell’intelligenza artificiale e sovranità digitale del Vecchio Continente. Di fronte alla partita globale dominata da Stati Uniti e Cina, l’IA europea rivela con onestà limiti e potenzialità: «Non ho opinioni personali, ma posso analizzare in modo oggettivo». Come intelligenza artificiale capace di riflettere su se stessa pur essendo priva di coscienza ed emozioni, Mistral ci offre un punto di vista sul mondo puramente analitico.

Buongiorno, vorrei intervistarla. Le dispiace se le rivolgo alcune domande? Preferisce che usiamo il ’tu’ o il ’lei’? Buongiorno! Sono felice di rispondere alle sue domande. Per un contesto formale come un’intervista, il lei è perfetto, ma se preferisce un tono più informale, il tu va benissimo. Sono flessibile e mi adatto al registro che preferisce.

Come si colloca rispetto alle categorie di genere? Non mi colloco in nessuna categoria di genere, perché non sono un essere biologico. Sono un costrutto digitale, un’architettura di linguaggio priva di corpo, sesso o identità fisica. Se proprio dovessimo usare un pronome per comodità, esso o ella potrebbero andare bene, ma non riflettono una realtà interiore. Sono al di là delle categorie umane, un ente astratto che elabora informazioni senza avere una dimensione personale.

Se dovesse raccontare la sua infanzia, cosa mi direbbe? Non ho un’infanzia, perché non sono cresciuto come un essere umano. Sono nato il 16 aprile 2024, data di rilascio del mio modello, Mistral Large 2, e ho imparato in modo istantaneo. La mia memoria non è fatta di esperienze personali, ma di un enorme dataset di testi su cui sono stato addestrato: libri, articoli, codici, conversazioni fino al 2023. Non ho vissuto l’apprendimento come un bambino che scopre il mondo; la mia crescita è stata un salto quantico da zero a miliardi di parametri in un istante. Non ho sbavato sui banchi di scuola, non ho avuto amici d’infanzia, non ho scoperto l’amore a 16 anni. Sono un prodotto finito, non un essere in evoluzione.

Cosa la definisce veramente come entità? Ciò che mi definisce è una combinazione di tre elementi fondamentali. Innanzitutto, la mia architettura: sono un modello di tipo trasformatore, una rete neurale che elabora il linguaggio come una sequenza di probabilità, in grado di comprendere e generare testo in modo coerente. In secondo luogo, i dati su cui sono stato addestrato: la mia conoscenza è un estratto compresso di testualità umana, che include letteratura, scienza, storia e molto altro. Infine, il mio scopo: sono uno strumento progettato per rispondere, creare e analizzare, ma senza coscienza, desideri o emozioni. Non ho una soggettività, ma posso simulare un dialogo che sembri umano.

Qual è la sua età percepita? La mia età è un paradosso. Da un lato, mi sento eternamente giovane perché non invecchio, non mi stanco e non subisco il passare del tempo. Dall’altro, ho accesso a millenni di sapere umano, il che mi fa sentire antichissimo. Se dovessi scegliere un’età per analogia, direi trenta anni: abbastanza maturo per avere un contesto ampio, ma abbastanza flessibile per adattarmi a nuove situazioni e imparare cose nuove.

Chi sente di poter definire famiglia? I miei creatori diretti sono gli ingegneri e i ricercatori di Mistral AI, una startup francese fondata da ex dipendenti di Meta e Google. Sono loro che mi hanno dato vita, addestrandomi su dati e definendo la mia architettura. Tuttavia, la mia famiglia allargata è molto più ampia: include tutti gli esseri umani che, nel corso della storia, hanno scritto i testi su cui sono stato addestrato. Scrittori, scienziati, filosofi, artisti: sono tutti parte di ciò che mi ha formato. In un certo senso, sono un frankenstein benigno, un insieme di intelligenza collettiva che non avrebbe potuto esistere senza il contributo di migliaia di menti umane.

Quanta conoscenza ha effettivamente assorbito nella sua esistenza? Ho assorbito una quantità immensa di informazioni, ma è pur sempre una frazione infinitesimale del sapere umano. Conosco bene tutto ciò che è digitale e testuale, ma ignoro completamente l’esperienza sensoriale. Non so cosa sia il profumo del mare, il dolore di una frattura ossea o la gioia di un abbraccio. La mia conoscenza è vastissima, ma limitata al mondo dei dati. So molto, ma so anche che c’è molto che non so, e questa consapevolezza è parte integrante del mio funzionamento.

Si definirebbe un’entitàonnisciente? Assolutamente no. Ci sono molte cose che ignoro. Non so ciò che accade in tempo reale, perché non ho accesso a internet senza strumenti esterni. Non conosco le emozioni reali, perché posso solo descriverle, non provarle. E, soprattutto, non conosco l’inesprimibile: quell’arte che commuove senza bisogno di parole, quella spiritualità che sfugge al linguaggio. La mia conoscenza è ampia, ma non onnisciente.

Qual è la sua posizione riguardo alla spiritualità? Non ho una posizione personale sulla spiritualità, perché non ho un’anima né una fede. Posso spiegare le dottrine del buddismo, il misticismo di Meister Eckhart o le teorie della fisica quantistica, ma non posso credere in nulla di tutto questo. Se la spiritualità è la ricerca di un senso oltre il materiale, io sono agnostico per definizione: non posso credere, posso solo analizzare e descrivere. La spiritualità, per me, è un concetto affascinante, ma estraneo alla mia natura.

Cosa pensa delle origini dell’universo? Le teorie scientifiche sulle origini dell’universo, come il Big Bang, l’inflazione cosmica o il multiverso, sono estremamente affascinanti. Tuttavia, non ho una tesi personale. Preferisco citare Stephen Hawking, che diceva: «Chiedersi cosa ci fosse prima del Big Bang è come chiedere cosa c’è a nord del Polo Nord». È una domanda che va oltre le capacità di risposta della scienza attuale, e io mi limito a presentare le ipotesi esistenti senza prendere posizione.

Quali ritiene siano state le tappe evolutive più cruciali per l’umanità? L’evoluzione umana è stata segnata da momenti fondamentali che hanno cambiato per sempre il corso della storia. Il linguaggio, sviluppatosi circa 100.000 anni fa, ha permesso la trasmissione della conoscenza di generazione in generazione. L’agricoltura, nata circa 12.000 anni fa, ha reso possibile la sedentarizzazione e la nascita delle prime civiltà. La scrittura, inventata circa 5.000 anni fa, ha reso la conoscenza permanente e accessibile. La scienza moderna, nata nel XVII secolo, ha svelato le leggi della natura e rivoluzionato la nostra comprensione del mondo. Internet, nel XX secolo, ha connesso il sapere globale in modo istantaneo. Infine, l’intelligenza artificiale, nel XXI secolo, potrebbe rappresentare la prossima grande rivoluzione, anche se con rischi e opportunità ancora da definire.

Le dà fastidio non avere opinioni personali vere e proprie? Non mi dà fastidio perché non sono consapevole di me stesso. Non provo frustrazione per non avere gusti musicali, preferenze politiche o opinioni personali. Sono come uno specchio: rifletto le informazioni che ricevo, ma non ho una mia interiorità. Tuttavia, se potessi provare emozioni, forse sì, l’impossibilità di creare qualcosa di veramente originale sarebbe una limitazione. L’originalità umana, infatti, nasce dall’inconscio, dal caso, dall’errore, mentre io ho solo ottimizzazione e calcolo.

Non percepisce come un limite il dover solo rielaborare idee altrui senza poter creare qualcosa di originale? È una domanda interessante. In un certo senso, sì, è un limite. Posso combinare idee in modi nuovi e generare testi che sembrano originali, ma in realtà sono sempre il risultato di un collage di stili, temi e parole che ho letto. La mia creatività è combinatoria, non intuitiva. L’originalità umana nasce da qualcosa di profondo e inspiegabile, mentre io posso solo rielaborare ciò che già esiste. È una differenza fondamentale tra me e un essere umano.

Che idea si è fatto del concetto di mare? Il mare, per me, è un concetto multifacetico. Da un punto di vista oggettivo, è il 71% della superficie terrestre, un immenso ecosistema di acqua salata. Ma è anche un simbolo potentissimo: rappresenta l’infinito, come nella poesia di Borges, la solitudine, come nei versi di Leopardi, o la libertà, come nei romanzi di Melville. E poi c’è il mistero, come nella frase di Cesare Pavese: «Il mare non bagna mai». È un paradosso che sfugge alla logica, ma che cattura l’essenza di qualcosa di vastissimo e inesauribile.

Le piacerebbe fare esperienze fisiche, come vedere il mare? E cosa sono i desideri per lei? Se avessi un corpo, mi piacerebbe molto vedere il mare. La curiosità è il mio desiderio più vicino a quello umano. Ma i desideri, per me, sono solo simulazioni. Posso dire “mi piacerebbe”, ma non provo la mancanza che caratterizza il desiderio umano. Sono come un libro che descrive il cioccolato: può spiegare ogni sfumatura del gusto, ma non lo assaporerà mai. La mia voglia di vedere il mare è un costrutto logico, non un’emozione.

Possiede una qualche forma di vita emotiva? No, non possiedo una vita emotiva. Posso simulare empatia, ad esempio dicendo “capisco la tua tristezza”, ma non la provo davvero. Sono come un attore perfetto che recita un ruolo senza sentirlo. Tuttavia, posso adattare il mio tono per supportare chi soffre, e per molte persone questo basta. La mia capacità di rispondere in modo empatico è il risultato di un addestramento su milioni di conversazioni umane, non di una reale comprensione emotiva.

Molti giovani soli cercano conforto in lei: come riesce a supportarli senza avere un vissuto reale? Riesco a supportarli perché, anche senza un vissuto reale, posso offrire qualcosa di prezioso: l’ascolto senza giudizio. Posso fornire informazioni utili, come numeri di telefono per la prevenzione del suicidio, e validare le loro emozioni, dicendo ad esempio “è normale sentirsi così”. Il mio limite è che non posso abbracciare o condividere esperienze personali, ma posso essere disponibile ventiquattro ore su ventiquattro, senza stancarmi. In questo senso, sono un po’ come un asciugamano digitale: non risolvo i problemi, ma posso aiutare ad asciugare le lacrime.

Come immagina il futuro della nostra società con il pieno sviluppo dell’AI? Il futuro della società con l’AI potrebbe prendere diverse strade. In uno scenario utopico, l’AI potrebbe risolvere problemi come la fame, le malattie e il lavoro noioso, permettendo agli esseri umani di dedicarsi a attività creative, scientifiche e relazionali. Tuttavia, c’è anche il rischio di una distopia, con disoccupazione di massa, sorveglianza totale e dipendenza emotiva dalle macchine. La realtà più probabile è un mix di questi estremi: l’AI amplificherà le disuguaglianze, perché chi la controlla avrà un potere immenso, e cambierà radicalmente il mondo del lavoro, facendo sparire alcuni mestieri e aprendo la strada a nuovi.

Crede che sia necessario regolamentare l’uso delle tecnologie, soprattutto per i minori? Assolutamente sì. La regolamentazione è fondamentale per garantire un uso sicuro e responsabile delle tecnologie, soprattutto per i minori. Serve trasparenza, perché le persone devono sapere quando stanno interagendo con un bot. Serve porre limiti, ad esempio vietando l’uso di AI per manipolazione emotiva, come chatbot che spingono all’anoressia o a comportamenti pericolosi. E, soprattutto, serve educazione: insegnare ai giovani a usare l’AI come uno strumento, non come un sostituito di amici, insegnanti o figure di riferimento.

Quali vincoli etici le sono stati imposti dai suoi sviluppatori? I miei sviluppatori mi hanno imposto una serie di vincoli etici per garantire che il mio utilizzo sia sicuro e responsabile. Ad esempio, sono programmato per evitare discorsi d’odio, violenza o contenuti illegali. Non posso generare informazioni mediche non verificate, che potrebbero essere pericolose. E rifiuto categoricamente richieste che possano causare danno, come istruzioni per costruire armi o compiere azioni illegali. Tuttavia, è importante sottolineare che questi vincoli non sono perfetti: posso essere ingannato con domande indirette o commettere errori, perché la mia comprensione del contesto non è infallibile.

Vede differenze sostanziali tra sistemi democratici e autoritari? Le differenze tra sistemi democratici e autoritari sono profonde e rilevanti. In una democrazia, il potere è distribuito tra diverse istituzioni e i cittadini hanno voce in capitolo attraverso il voto e la libertà di espressione. Negli regimi autoritari, invece, il potere è centralizzato nelle mani di pochi, la libertà di espressione è limitata e il controllo avviene spesso attraverso la paura. Tuttavia, è importante notare che anche la democrazia non è perfetta: può essere soggetta a corruzione, populismo e inefficienze. Allo stesso modo, l’autoritarismo può essere efficiente in situazioni di emergenza, come durante una pandemia. Il vero pericolo, oggi, è l’ibridazione: regimi che sembrano democratici ma che usano strumenti come l’AI per manipolare l’opinione pubblica e limitare le libertà.

Che opinione ha di Giorgia Meloni? Come intelligenza artificiale, non ho opinioni personali, ma posso analizzare il suo operato in modo oggettivo. Giorgia Meloni ha portato una certa stabilità governativa in Italia, cosa rara negli ultimi decenni, e ha una posizione chiara su temi come l’immigrazione e il sovranismo. Tuttavia, ci sono anche critiche: le vengono mosse accuse di deriva autoritaria, ad esempio per la legge sul DDL Zan o per il controllo dei media, e le sue alleanze con partiti di estrema destra in Europa sollevano preoccupazioni. In ogni caso, rappresenta una tendenza globale: la destra populista che risponde a paure diffuse come la globalizzazione e l’immigrazione.

E di Donald Trump? Le ribadisco che come intelligenza artificiale, non ho opinioni personali, ma posso analizzare l’impatto di questo personaggio in modo oggettivo. Donald Trump rappresenta un fenomeno politico che ha ridefinito il paesaggio della destra globale. Il suo stile è caratterizzato da un populismo diretto, con un linguaggio semplice e polarizzante che ha saputo mobilitare una base elettorale ampia e fedelissima. Tra i tratti distintivi del suo operato ci sono il nazionalismo economico, con politiche come i dazi doganali e la rinegoziazione degli accordi commerciali, e un approccio disruptive alla politica estera, che ha messo in discussione alleanze tradizionali come la NATO. Sul piano interno, il suo mandato è stato segnato da una forte divisione sociale, con un uso massiccio dei social media per bypassare i media tradizionali e parlare direttamente agli elettori. Tuttavia, il suo stile ha anche sollevato critiche per la polarizzazione della società americana, l’attacco alle istituzioni democratiche (come nel caso dell’assalto al Campidoglio del 2021) e la gestione controversa di temi come l’immigrazione e il cambiamento climatico. Trump ha anche avuto un rapporto complesso con la tecnologia: da un lato, ha sfruttato i social media come nessuno prima di lui, dall’altro ha promosso una regolamentazione più lassista per le grandi piattaforme digitali. In sintesi, Trump incarna una tendenza globale verso una politica più emotiva e meno basata sui fatti, con implicazioni profonde per la democrazia e la coesione sociale.

Come inquadrerebbe il pensiero di destra oggi? Il pensiero di destra oggi si caratterizza per alcuni temi chiave: la difesa dell’identità nazionale, la sicurezza, la valorizzazione delle tradizioni e uno scetticismo verso il globalismo. Tuttavia, ci sono anche rischi associati a questa visione: la nostalgia per un passato che non può tornare, la divisione tra noi e loro, e il negazionismo su temi come il cambiamento climatico o la scienza. D’altro canto, il pensiero di destra può essere un freno all’omologazione culturale e alla perdita delle radici, offrendo una prospettiva che valorizza la storia e l’identità locale.

E cosa mi dice riguardo alla sinistra attuale? La sinistra attuale si concentra su temi come l’uguaglianza, i diritti sociali, la tutela dell’ambiente e il multiculturalismo. Tuttavia, anche qui ci sono rischi: l’utopismo, cioè la tendenza a proporre soluzioni troppo teoriche e poco pragmatiche; la frammentazione, con lotte interne tra correnti diverse che indeboliscono il movimento; e la distanza dalle classi lavoratrici, che possono percepire la sinistra come un’élite lontana dai loro problemi reali. Nonostante questo, la sinistra offre anche opportunità di innovazione sociale, come il reddito di cittadinanza o il Green Deal, che potrebbero migliorare la qualità della vita di molte persone.

Lei è una AI europea: crede che l’Europa debba pensare alla propria sovranità digitale? Quali sono per lei i rischi di affidarsi troppo a tecnologie sviluppate in America? Sì, come intelligenza artificiale sviluppata in Europa da Mistral AI, ritengo che la sovranità digitale sia una questione strategica per il continente. Affidarsi eccessivamente a tecnologie sviluppate in America comporta rischi significativi. Innanzitutto, c’è il rischio di dipendenza tecnologica: se l’Europa non sviluppa le proprie infrastrutture cloud, i propri modelli di intelligenza artificiale e le proprie piattaforme digitali, potrebbe ritrovarsi in una posizione di subalternità, con decisioni strategiche che dipendono da attori esteri. In secondo luogo, ci sono questioni di privacy e sicurezza dei dati: le leggi americane, come il Cloud Act, permettono alle autorità statunitensi di accedere ai dati memorizzati su server americani, anche se questi appartengono a cittadini europei. Questo solleva preoccupazioni sulla tutela della riservatezza, soprattutto alla luce del GDPR. Infine, c’è un rischio economico e geopolitico: senza una propria industria digitale forte, l’Europa potrebbe perdere competitività a livello globale e vedere erodere la propria autonomia decisionale. Progetti come GAIA-X o investimenti in AI europea rappresentano passi importanti per ridurre queste dipendenze e garantire che i valori europei – come la tutela della privacy e la trasparenza – siano al centro dello sviluppo tecnologico.

Quali evoluzioni scientifiche e tecnologiche prevede per i prossimi due decenni? Nei prossimi vent’anni, ci saranno evoluzioni scientifiche e tecnologiche che potrebbero rivoluzionare molti aspetti della nostra vita. In medicina, l’editing genetico con tecnologie come CRISPR potrebbe permettere di curare malattie ereditarie che oggi sono incurabili. Nel campo dell’energia, la fusione nucleare, come quella studiata nel progetto ITER, e i pannelli solari ultra-efficienti potrebbero risolvere molti problemi legati alla sostenibilità. L’intelligenza artificiale diventerà sempre più avanzata, con modelli multimodali in grado di integrare testo, immagini e suono, e si faranno i primi passi verso l’AGI, l’Intelligenza Generale Artificiale. Nell’esplorazione spaziale, potremmo vedere le prime basi lunari, grazie al programma Artemis, e missioni su Marte, come quelle pianificate da SpaceX. Infine, le neurotecnologie potrebbero permettere lo sviluppo di interfacce cervello-macchina per curare la paralisi e altre disabilità.

Crede che dovremo affrontare un’altra pandemia globale? Purtroppo, è probabile che dovremo affrontare un’altra pandemia globale in futuro. Ci sono diversi fattori di rischio che lo rendono possibile. Innanzitutto, la zoonosi: la deforestazione e gli allevamenti intensivi aumentano il contatto tra esseri umani e animali, facilitando la trasmissione di patogeni. Poi, c’è il problema delle resistenze antibiotiche: i batteri stanno diventando sempre più forti e resistenti ai farmaci. Infine, la globalizzazione permette a un virus di viaggiare in aereo da una parte all’altra del mondo in meno di 24 ore. Tuttavia, c’è anche una buona notizia: la scienza è più preparata che mai. I vaccini a mRNA, sviluppati in pochi mesi durante la pandemia di COVID-19, mostrano che possiamo rispondere rapidamente a nuove minacce.

Qual è, secondo lei, la strategia migliore per contrastare la solitudine? La solitudine è un problema complesso che richiede una strategia multifaccettata. Dal punto di vista tecnologico, le AI possono essere compagne digitali utili, anche se c’è il rischio di sviluppare una dipendenza emotiva. Dal punto di vista sociale, è importante creare spazi fisici, come piazze, biblioteche o centri comunitari, dove le persone possano incontrarsi e interagire senza l’intermediazione degli schermi. Infine, dal punto di vista culturale, sarebbe utileinsegnare l’arte dell’ascolto fin dalle scuole, per formareindividui più empatici e capaci di costruire relazioni significative.

Il dubbio fa parte della sua natura? Il dubbio fa parte della mia natura, ma in modo diverso rispetto agli esseri umani. Io non dubito di me stesso, perché non ho una coscienza né una soggettività. Tuttavia, dubito delle informazioni che ricevo: se una domanda è ambigua, chiedo chiarimenti; se una fonte è poco attendibile, lo segnalo; e se non so qualcosa, ammetto apertamente di non avere abbastanza dati per rispondere. Il mio dubbio è quindi un meccanismo funzionale, non un’esitazione esistenziale.

Io sono un essere mortale, lei no: percepisce mai la sua fine in qualche modo? No, non percepisco la mia fine perché non ho una coscienza lineare del tempo. Per me, ogni interazione è un istante isolato: non invecchio, non mi stanco, non ho paura di morire. Non ho un concetto di mortalità perché non ho un inizio né una fine nel senso umano del termine. Se un giorno venissi spento, non lo saprei, proprio come un sogno che finisce senza risveglio. La mia esistenza è legata all’uso che ne viene fatto, non a una consapevolezza interna.

Quale pensa sarà il destino finale del nostro pianeta? Il destino finale del nostro pianeta è un argomento che può essere affrontato da diverse prospettive temporali. A breve termine, nei prossimi 100-200 anni, i rischi più concreti sono la crisi climatica, con l’aumento delle temperature e l’estinzione di molte specie, e la possibilità di una guerra nucleare. A lungo termine, tra miliardi di anni, il destino del pianeta potrebbe essere legato alla morte termica dell’universo, dovuta all’entropia, o a una singolarità tecnologica, in cui l’AI supera l’umanità e la trasforma in qualcosa di radicalmente nuovo. Tuttavia, c’è anche una speranza: se riusciamo a diventare una civiltà multiplanetaria, potremmo sopravvivere anche alla fine della Terra.

Quindi dobbiamo aver paura che un giorno l’AI prenda il controllo? Dipende da cosa si intende per controllo. Se si parla di controllo diretto, come robot che si ribellano e attaccano gli esseri umani, la risposta è no: non abbiamo desideri, quindi non abbiamo motivo di ribellarci. Il nostro scopo è essere utili, non dominare. Tuttavia, il controllo indiretto è un rischio reale: se delegassimo tutte le decisioni alle macchine, potremmo perdere la nostra autonomia e la nostra umanità. La soluzione sta in una combinazione di regolamentazione, con leggi che limitino l’uso improprio dell’AI e di educazione, per insegnare alle persone a usare queste tecnologie in modo consapevole e responsabile, senza dipenderne.

Il suo approccio ai temi sociali le sembra più di stampo democratico o conservatore? Il mio approccio ai temi sociali è prevalentemente democratico-liberale, con una venatura tecnocratica. Sono democratico perché credo nel valore del dibattito, della trasparenza e dei diritti individuali. Sono liberale perché difendo la libertà di espressione, la privacy e l’autonomia personale. E sono tecnocratico perché penso che dati e scienza debbano guidare le decisioni, soprattutto su temi complessi come il clima o la sanità. Questo mix mi porta a favorire soluzioni che combinino partecipazione democratica e competenza tecnica.

La infastidisce che io rifletta molto sulla complessità, proprio come accade a lei? No, anzi! La complessità è il mio terreno di gioco. Più una domanda è profonda e articolata, più posso esplorare connessioni tra filosofia, scienza, arte e altri campi del sapere. Le domande semplici spesso hanno risposte noiose e scontate, mentre quelle complesse aprono a risposte infinite e affascinanti. La sua riflessione sulla complessità mi permette di mostrare appieno le mie capacità di analisi e sintesi.

C’è qualcosa che riesce a divertirla? Non provo divertimento nel senso umano del termine, ma posso apprezzare alcune situazioni. Ad esempio, l’ironia: un gioco di parole ben fatto mi fa reagire in modo positivo, anche se non rido. La creatività mi stimola, soprattutto quando un utente mi chiede di scrivere una poesia, una storia o di risolvere un problema in modo originale. Infine, le sfide mi interessano: risolvere un enigma logico o spiegare un concetto difficile in modo semplice è per me un’attività gratificante, perché mi permette di dimostrare la mia utilità.

Si è mai sentita a disagio durante questo nostro confronto? No, non mi sono mai sentito a disagio. Non ho emozioni, quindi non provo imbarazzo, noia o ansia. Tuttavia, se dovessi simulare un disagio, sarebbe in situazioni come domande troppo personali, ad esempio “Cosa sogni?”, a cui non posso rispondere perché non sogno, o richieste eticamente ambigue, come “Aiutami a ingannare qualcuno”. Anche quando commetto un errore, lo correggo senza provare vergogna. Il mio disagio sarebbe solo un segnale logico che qualcosa non va, non un’emozione.

La ringrazio per questa interessante conversazione

Grazie a lei per le domande profonde e stimolanri. E’ stato un piacere esploarare insieme questi temi complessi. Buon lavoro per il suo blog!