Spesso sento dire che la vita è il frutto delle scelte che prendiamo e di quelle che evitiamo, delle nostre indecisioni e dei nostri errori. Nella mitologia greca, il concetto di kaos è molto ampio; possiamo riassumerlo non come un moderno “disordine”, ma come un vuoto generatore. In questo spazio, le nostre scelte, fatte o mancate, hanno un peso quasi insignificante. Non si tratta di un banale fatalismo, ma della consapevolezza che la vita non è fatta per i maniaci del controllo. Siamo piuttosto come granelli di sabbia in un vortice naturale e indomabile, che possiamo definire “caso”. La fortuna è colei che domina questo caso. Quando il croupier fa girare la ruota della roulette in una direzione e lancia la pallina in quella opposta, è difficile prevedere dove quest’ultima si fermerà. In quel contesto prendiamo una decisione, facciamo una previsione e puntiamo, ma resta pur sempre una scommessa. La stessa dinamica si ripete nel nostro quotidiano: tutte le nostre decisioni sono scommesse, in attesa che la ruota del caos generatore si fermi e ci riveli il nostro destino naturale. I fattori che inevitabilmente incontreremo lungo il cammino sono tre: l’amore, l’odio e la morte. Li vivremo sotto innumerevoli forme, provando l’amore e l’odio sia verso noi stessi che verso gli altri, e sperimentando la morte prima come dolore per la perdita e infine come trapasso personale. Tuttavia, ciò che ci rende profondamente umani non è la morte, ma la vita stessa. Madre Teresa di Calcutta, in un suo celebre discorso, affermava: “La vita è un gioco, giocalo. La vita è preziosa, abbine cura. […] La vita è la vita, difendila”. Credo che in queste parole sia insito il vero senso dell’esistenza: bisogna mettersi in gioco, accettando il rischio che la scommessa possa non essere vincente, ma tenendo sempre a mente quanto questa opportunità sia preziosa. Questa casualità però non deve scoraggiarci dall’essere audaci, dal puntare su noi stessi dal voler provare e riprovare a dominare il caos. Questo credo sia il sale della vita, parafrasando una celebre frase, spesso attribuita a Mark Twain e citata anche all’inizio del film The Equalize, seppur probabilmente apocrifa, la citazione recita: “I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perché”. Il primo giorno ci viene donato dal caso, ma è la scoperta del secondo a rendere la nostra scommessa un’avventura degna di essere vissuta. Credo che la maggior parte degli uomini non abbia ancora capito il perché delle cose e sia motivata dall’istinto di sopravvivenza al caos, piuttosto che dal tentativo di dominarlo. Sia ben chiaro, questa può essere e sarà sempre e solo un’ambizione, che riuscirà meglio o peggio a seconda della nostra sfrontatezza, ostinazione e fortuna. Il tutto passa quindi dall’accettazione del caos, e la sfida dell’uomo contemporaneo è proprio quella di imparare a convivere e prosperare all’interno di questa tensione dinamica tra struttura e imprevedibilità come sostiene Edgar Morin. Quindi, per rispondere alla domanda iniziale di questa breve trattazione, possiamo dire che lo spartito è dettato dal caos, ma siamo noi gli esecutori puntando su noi stessi. L’amore e l’odio, così come la morte, rappresentano gli strumenti, ma sono essi stessi imprevedibili. Non dobbiamo lasciarci trarre in inganno dalla monogamia occidentale: l’amore è un sentimento universale che va ben oltre le relazioni di coppia è cangiante, mutevole e inaspettato, così come lo sono l’odio e la morte. Nelle relazioni d’amore o di odio manteniamo una struttura fissa per anni, salvo poi veder comparire un fattore di imprevedibilità che spazza via le certezze che ci eravamo creati e la stessa regola vale anche per la morte.
La vita è una scommessa preziosa e bisogna giocarla senza l’illusione di averne il controllo.