Spesso sento dire che la scuola è lo specchio del Paese. Non lo credo. Uno specchio, almeno, restituisce l’immagine per quella che è; la scuola somiglia piuttosto al letto di Procuste: chi è troppo lungo viene tagliato, chi è troppo corto viene stirato, e chi non riesce a stare nella misura viene definito, con una certa leggerezza, «fragile». Un’altra frase che sento ripetere, quando si parla di studenti in difficoltà, è questa: «La scuola insegna a chi vuole imparare». Una frase gentile, e a metà vera. Perché io, ogni mattina, davanti tra i corridoi e i banchi, vedo volti che con quella frase non hanno molto a che fare.

Il primo è un ragazzo arrivato in Italia da ragazzino. Conosce l’italiano meglio di quanto crede e peggio di quanto pretende da sé. Alle interrogazioni balbetta, e non perché non sa. Balbetta perché vive nel terrore dell’errore. Un congiuntivo storto, un accento fuori posto, e quell’accento che diventa la prova che non è «uno di noi». Ogni frase è per lui un ponte da attraversare senza guardare giù. Come se non bastasse, c’è lei: un’amica storica, la prima persona con cui ha sorriso da bambino e di cui si è innamorato. Innamorarsi dell’unica persona con cui ti senti al sicuro significa mettere a rischio l’unico posto sicuro. Così lui per anni vive in allerta, in classe e fuori. Sul registro, però, il balbettio non compare come paura ma come impreparazione. Il secondo è un ragazzo duro nei modi e severo d’aspetto, la personificazione della prepotenza che i compagni chiamano, con la scarsa fantasia dell’adolescenza, «trucido». Chi lo incrocia nei corridoi cambia lato. Basta però sedersi accanto a lui per scoprire un animo nobile: non lascia indietro nessuno. Quella corazza non serve ad aggredire, ma a nascondersi. Più il mondo lo teme, meno può ferirlo. Le sue insicurezze non le mostra a nessuno, le copre come si copre una crepa sul muro spostandoci sopra un mobile grande. Il terzo è un ragazzo che da quando gli è morto un familiare non riesce più a stare seduto. Si alza, si risiede, chiede di andare in bagno, e poi ancora. La reazione istintiva, a cui non è facile sottrarsi, è dire «siediti» e prendere coscienza che quella che ti ha richiesto è l’ennesima uscita. Ma il dolore, quando non trova le parole, trova il corpo: si esprime con l’irrequietezza e con la fuga verso l’unico luogo in cui nessuno gli chiede una prestazione. Poi ci sono quelli che la corazza la costruiscono con lo specchio. Diversa l’estetica, identica la funzione. C’è chi, dopo aver curato il proprio aspetto, si sente finalmente al sicuro: entra in classe meno esposto, più pronto ad affrontare il mondo. E c’è chi non ci riesce. Chi ha lo stesso bisogno di protezione e non trova il modo di procurarselo, perché ogni tentativo gli restituisce un’immagine che non basta mai. Per lui non c’è corazza, e la scuola gli ricorda ogni giorno, senza volerlo, di essere il più esposto della classe. Tutti, in modi diversi, chiedono la stessa cosa: che nessuno guardi dentro.

Io credo, purtroppo, che la scuola, lasci enormi cicatrici di ansia in chi la frequenta. Non credo sia un caso che «sognarsi la maturità» sia un incubo ricorrente attraverso le generazioni: ci sono professionisti di sessant’anni che ancora si svegliano di soprassalto per un tema non consegnato. Raramente qualcuno sogna la propria laurea o un colloquio di lavoro. La scuola, evidentemente, lascia qualcosa che le altre esperienze non lasciano. La scuola insegna a chi vuole imparare come il mare insegna a chi vuole nuotare. Se non c’è un bagnino, non ci sono meccanismi per evitare di affogare. Spero che un giorno smetteremo di concepire «la scuola» come un’immutabile forza della natura e cominceremo a fare in modo che nessuno studente, tra quelli che ho descritto e tra tutti gli altri, si trovi in queste condizioni senza dover affidarsi alla fortuna di incontrare ottimi insegnanti. Molti la incontrano, quella fortuna. Ma un sistema che regge sulla fortuna è in realtà una lotteria.

Il problema, poi, è che anche la «voglia di imparare» va insegnata, coltivata e nutrita. E come può essere nutrita, se i voti vengono fatti coincidere con il valore di una persona, dagli insegnanti, dai compagni, dai genitori e dai parenti? Quanti altri spazi di definizione di sé ha una persona giovane oltre alla scuola e alla famiglia? Spesso pochi, a volte nessuno. Se il tuo sette è il tuo valore, ogni interrogazione diventa un processo, e l’imputato sei tu. Un ruolo da giudice che noi insegnanti non abbiamo scelto, ma che la struttura ci mette addosso ogni volta che assegniamo un voto. Viviamo, del resto, in una società performativa, che premia solo la prestazione perfetta. Forse, più che curare gli ansiosi, dovremmo chiedere ai pochi che non lo sono: «Ma tu come fai?». I social ci mettono di continuo in competizione gli uni con gli altri, e l’intelligenza artificiale ci fa sentire sempre più piccoli e sostituibili, come se l’errore, l’esitazione, il balbettio fossero difetti di fabbricazione anziché tratti di naturale umanità.

Non chiedo una scuola senza onde: il mare resterà mare. Chiedo un bagnino, una boa, una riva visibile, e che noi insegnanti abbiamo il tempo e gli strumenti per essere tutte queste cose. Chiedo che nessuno debba scoprire da solo e per caso, di saper nuotare.