La riforma della giustizia che dovrà passare per il referendum del prossimo marzo sta ponendo interrogativi a molti cittadini, ovviamente parlo di quelli non interessati alle beghe politiche e che non si lasciano condizionare dai governanti di turno che lo propongono (come avvenne, per esempio, nel referendum di Renzi), infatti non bisogna lasciarsi trasportare dall’emotività del tifoso, occorre abbandonare lo schieramento, cercare di andare oltre il frastuono e concentrarsi sul merito della riforma. Uno dei summenzionati dilemmi riguarda il se questa riforma, da sola, sia in grado di cambiare la giustizia. Credo che la risposta sia semplice: no. I problemi della giustizia sono molteplici e una riforma parziale non può risolverli tutti; tuttavia può essere un punto di partenza. Ma per capirci qualcosa in più credo valga la pena passare dal particolare ad un campo più ampio. In Italia, come in altri Paesi democratici, vige il principio della separazione dei poteri: legislativo (esercitato dal Parlamento), esecutivo (dal Governo) e giudiziario (dai magistrati). Poteri distinti che non dovrebbero interferire tra loro. In questi giorni si dibatte sul fatto che, con questa riforma, il governo di centrodestra voglia fare della magistratura un organo di governo. Tralasciando le dichiarazioni di qualche parlamentare poco attento, questa riforma non può per perseguire uno scopo autoritario; può invece, al contrario, limitare le ingerenze della magistratura nell’esecutivo e nella politica. La magistratura, così come la stampa, negli ultimi anni hanno commesso l’errore di non svolgere pienamente le proprie funzioni, trasformandosi in soggetti “critici” e militanti. Non è questo il compito che, deontologicamente, dovrebbero svolgere. La magistratura deve applicare le norme approvate dal Parlamento; poi ci sono, ad esempio, gli organi di garanzia e controllo (come la Corte costituzionale e la Corte dei conti) devono verificare la conformità delle norme alla Costituzione e alla contabilità, ‘sic et simpliciter’. Allo stesso modo, la stampa dovrebbe occuparsi di fare informazione e non di cercare sempre di esprimere un giudizio politico, anche quando non ce n’è bisogno.
La verità è che negli ultimi anni c’è uno sconfinamento generale nei campi altrui: il Governo interviene su Sanremo, la magistratura entra nella politica e la stampa diventa sempre più di parte; spesso non dà notizie, ma segue i venti più favorevoli o per meglio dire congeniali al proprio credo i a quello dell’editore.
Ebbene, questa riforma non cambierà “da sola” questo stato di cose e non cambierà la magistratura, ma può essere un buon punto di partenza per laicizzarla e renderla meno suscettibile alle correnti e ai venti politici. La previsione di membri del CSM sorteggiati può contribuire a spezzare certe logiche di casta (come accade, del resto, anche in altre categorie: farmacisti, notai, docenti universitari).
Un altro punto di domanda riguarda il se questa riforma, da sola, riesca a ridurre i tempi della giustizia e il se riesca a renderla più equa. Credo che per ottenere ciò si debba andare oltre e con una successiva e più profonda riforma riprendere il discorso della responsabilità civile del magistrato e questo non renderebbe tale figura “meno libera”, altrimenti dovremmo dire lo stesso dei medici che operano con una sanità finanziata al minimo o degli insegnanti che gestiscono generazioni sempre più problematiche senza perdere la libertà di svolgere egregiamente il proprio ruolo. Ma ciò serve affinché i magistrati — come tutte le altre categorie — lavorino con maggiore coscienza ed eliminare la stortura dei rinvii a giudizio politici e degli arresti a strascico.
Quindi il consiglio che mi sento di dare a chi si approccia alla decisione è questo: non limitatevi a guardare la TV e a sentire i magistrati parlare male di una riforma che scardina la loro comfort zone; non date retta alle voci secondo cui la politica “sceglierebbe i magistrati” da una shortlist del Parlamento (né sarebbero “solo tre”, la stragrande minoranza). Prendetevi invece del tempo per leggere il testo della riforma e capire che non sarà perfetta, ma può essere un punto di partenza: un treno da prendere adesso. E sono certo che non ci porterà alla tanto citata “deriva autoritaria”. Il confronto, il dibattito va fatto in maniera costruttiva nel merito della riforma, anche Sabino Cassese, per poco più di 10 anni alla corte costituzionale critica il fatto che la campagna sia impostata “sul proponente e non sulla proposta”, svilendo così il referendum di significato e diventando un giudizio sulla maggioranza invece che sui quesiti. Ma in Italia si sa c’è un’atavica cultura difficile da scardinare ovvero quella della maggioranza contro l’opposizione, come se chi prendesse meno voti alle elezioni diventi automaticamente un oppositore e non una minoranza capace di lavorare fianco a fianco per il bene del Paese. Questo è emerso anche nel novero delle critiche ricevute da Elly Schlein dai suoi sodali nate dall’“intesa” politica e comunicativa con Giorgia Meloni su una norma/ddl che voleva introdurre nel reato di violenza sessuale il principio del consenso “libero e attuale”. Tale fatto ha rappresentato in maniera evidente come in Italia sia culturalmente demonizzato un approccio costruttivo tra forze politiche diverse e credo che proprio da questo punto di vista ci debba essere una presa di coscienza seria che porti a un cambio di paradigma nel nostro modo di fare politica che ci renda capaci di costruire ponti di dialogo e cooperazione e non abbia sia una continua opposizione con lo scopo unico di demolire l’avversario.